IDEA FOTOGRAFICA

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HDR

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HDR: un potente metodo per la fotografia digitale.
di Nicola Picchione
Accade spesso che l’immagine che vogliamo riprendere contenga zone con alte luci e
zone scure. Il rapporto di luminosità tra queste zone può arrivare nella realtà a 100.000 :1. Il nostro occhio è capace di analizzare sino a un rapporto di 10.000:1. La macchina fotograficaanalogica o digitale- non va oltre 400:1 che si riduce ulteriormente nella stampa. Il ventaglio di uminosità si chiama range dinamico o gamma dinamico. Noi lo chiameremo per brevità DR(Dynamic Range). L’apertura massima del ventaglio rappresenta il recinto entro il quale noi
possiamo agire. Possiamo spostare il ventaglio ma non superarne i limiti: da una parte c’è luminosità eccessiva (zone “bruciate”, prive di ogni particolare), dall’altra scarsa (zone buie).
Queste colonne d’ Ercole sembrano insormontabili. Ansel Adams ci ha insegnato a valutare il variare tra zona e zona della luminosità, creando una scala come nella scala tonale della musica (Adams era musicista dilettante e si ispirò al sistema musicale tonale). Il suo sistema zonale ha fornito le basi razionali per
affrontare il problema, creando 10 zone ognuna separata di 1 stop da quella adiacente nella scala. Giocando sulla ripresa, sullo sviluppo (diluizione, tempi) e su “trucchi” in fase di stampa (mascherature, bruciature ecc..) è possibile equilibrare entro certi limiti una immagine con ampio DR. La regola di AA è: esponi per le ombre e sviluppa per le luci. Ciò richiede notevole esperienza e capacità ed era realizzabile per il B/N e usando lastre singole: col rullino pieno di immagini diverse non è possibile ricorrere ad uno sviluppo adatto al metodo di Adams. Il metodo è precluso alla fotografia analogica. Ovviamente esso conserva tutta la sua validità scientifica ed è ancora un mezzo valutativo prezioso per chi scatta fotografie con qualsiasi mezzo: aiuta a valutare gli squilibri luminosi in una scena. Ci permette di renderci conto se la scena supera o no il DR che un solo scatto può coprire: in pratica se è opportuno o no ricorrere al metodo cui accenneremo.
L’uso di filtri degradanti è possibile solo in particolari circostanze, quando le zone molto luminose sono ben separate da quelle più scure. Ovviamente il problema non riguarda la corretta esposizione ma i limiti di un DR troppo ampio che nessuna esposizione può superare.
Nella nota precedente abbiamo visto che il comportamento della digitale è diverso da quello dell’analogica. Questa comprime l’aumento della luminosità, quella è lineare. Abbiamo visto come comportarci per l’esposizione ma una corretta esposizione non può superare i limiti
imposti da un ampio DR. Corriamo il rischio di ottenere zone troppo scure o troppo chiare e addirittura bruciate. E’ possibile superare questi limiti e ottenere risultati altrimenti impossibili ricorrendo al metodo HDR (high dynamic range). E’ necessario un trucco ma la fotografia- a torto ritenuta fedele sposa della realtà- è pronta ai tradimenti. Del resto, anche il nostro apparato visivo si serve di trucchi a fin di bene: la “fedeltà” e la “realtà” sono una invenzione di comodo.
Il metodo permette di superare i limiti del ventaglio e di trascrivere tutti i particolari dai livelli di alta luminosità a quelle delle zone più scure. Partendo da riprese in raw a 12 bits effettivi si arriva a un file di grandi dimensioni, 32 bits per canale per poi riportarlo- carico dei particolari in ogni zona- agli 8 o 16 bits gestibili dal computer e dalla stampa.
Il procedimento è semplice. Occorre fare più scatti, modificando ogni volta l’esposizione. In pratica, occorre fare bracketing, ottenendo da 3 a 5 immagini ognuna delle quali espone in maniera ottimale solo alcune zone anche se le altre vengono sacrificate, scegliendo l’entità della variazioni di stop. Una immagine renderà adeguatamente le alte luci, un’altra le zone scure, altre le zone intermedie. Nessuna è una buona immagine ma ognuna contiene una zona ben rappresentata. Fuse insieme formeranno una immagine che non è autentica ma che rappresenta in maniera ottimale la realtà. Un trucco a fin di bene, potremmo dire in analogia
con le bugie a fin di bene (come dicono certi preti). E’ consigliabile l’uso del cavalletto affinché le immagini siano perfettamente sovrapponibili. E’ anche consigliabile fare bracketing modificando non il diaframma ma la velocità per conservare le stesse caratteristiche generali (profondità di campo ecc..). Successivamente bisogna servirsi di un programma per ricomporre le immagini in una sola che conterrà i particolari sia delle zone più luminose che di quelle più
scure. L’immagine unificata è a 32 bit per canale per poter contenere una grande quantità di informazioni. Essa andrà poi modificata secondo le esigenze e quindi ridotta a 8 o 16 bit per canale per poter essere gestita e poi memorizzata e stampata. Esistono su Internet numerosi tutorials dedicati all’argomento, alcuni molto buoni. Con una piccola magia la fotografia digitale ci consente di ottenere immagini di qualità altrimenti impossibili.















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