IDEA FOTOGRAFICA

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Libertà di pixel 12/3/12

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Libertà di pixel
Nicola Picchione

Ci sono ancora i puristi. I più rigidi vorrebbero l'immagine fotografica vergine, senza  alcuna contaminazione dal fotoritocco elettronico ( e magari accettavano quello fisico-chimico), altri ammettono solo piccoli ritocchi peraltro senza poterne precisare i limiti per loro accettabili.
 La fotografia si porta ancora dietro il peccato originale di essere imitazione della realtà e fedele testimone della verità.
La ricerca della verità nella fotografia è come il canto delle sirene: ti affascina ma ti perde, ti naufraga. E' l'acqua del fiume che non è mai la medesima. L' immagine fotografica non è solo creatura di chi la cattura; è anche creatura di chi la guarda, del suo stato d'animo, della sua capacità di vedere e di sentire, di evocare ma anche di lasciarsi trasportare dall' immagine. Senza la partecipazione di chi la guarda è uno spartito non suonato. Non è nemmeno statica: il tempo la trasforma, non tanto materialmente ma nella percezione di chi la guarda. Col tempo acquista un sapore e un fascino diversi, si fa testimone e memoria. La fotografia fissa l'attimo ma non si mummifica e il suo significato cambia nel tempo.
Del resto, nessuna verità è alla portata dell' uomo e nessuna oggettività è assoluta. Il sogno umano di trovare certezze cui affidarsi non può essere affidato alla oggettività e alla scienza. Albert Einstein, Max Planck ci ammoniscono: noi non conosceremo mai la realtà anche se aneliamo a conoscerla, possiamo ipotizzarla sapendo di costruire solo teorie destinate prima o dopo ad essere sostituite. Sappiamo che neppure la scienza è riuscita a darsi metodi per essere oggettiva e che la ricerca di uno spartiacque tra ciò che è scientifico e l'altro è uno sforzo continuo senza fine. Il metodo induttivo proposto da Bacone fu demolito da Hume; il metodo deduttivo subì critiche così come la verificabilità suggerita dal circolo di Vienna e la falsificabilità introdotta da Popper a sua volta criticata da Kuhn in nome di una prevalente soggettività della scienza. Feyerabend nega la validità di ogni metodo scientifico e rivendica l'anarchismo scientifico. Sembra quasi che il cerchio si chiuda, tra scienza ed arte lasciate libere di affidarsi alla fantasia e- bisogna ammetterlo- alle mode e alle esigenze del momento.
Se la scienza non riesce a trovare un modo univoco per la ricerca oggettiva nel tentativo di capire la realtà pur avendone bisogno per smarcarsi da altre credenze, tanto più la rappresentazione della realtà da parte delle arti visive non può che essere soggettiva: dove, allora, la sua fedeltà al reale? L' immagine fotografica cattura una piccola parte di ciò che appare e ne fa una protagonista come una notizia portata alla ribalta dai media: ciò che è conosciuto entra nella finzione della realtà, tutto il resto rimane fuori come la materia oscura che riempie l' universo ma che nessuno conosce.
Si gira intorno al mito della caverna di Platone: vediamo ombre e crediamo di vedere la realtà. Lo splendido mondo che ci circonda - questa bella d'erbe famiglia e d'animali - ci invia solo dei segni e noi li percepiamo secondo la natura dei nostri sensi e secondo la nostra mente che cattura le sensazioni e le elabora modificandole: filtri creati dalla evoluzione della nostra specie che ci danno una rappresentazione illusoria della realtà. Gli atomi non hanno colore ma noi vediamo i colori degli oggetti formati dagli atomi, semplici onde di diversa lunghezza che percepiamo solo in piccola parte. Eppure questa ombra di realtà è la compagna necessaria della nostra vita, ci sta davanti, ci ospita e ci fa felici con la sua visione, i suoi colori e i profumi. Non c' importa se il  mondo sia fatto soprattutto di vuoto- come di prevalente vuoto sembrano fatti gli atomi, anche se non sappiamo che cosa siano ciò che chiamiamo vuoto e quelli che chiamiamo atomi- così come non ci importa se la divina musica di Mozart è fatta di aria che ondeggia.
Se, dunque, la realtà ci sfugge che senso hanno il realismo e la fedeltà pretesi per la fotografia? Afferma Duane Michals, fotografo americano (citato da Francesca Alinovi):" La gente crede nella realtà della fotografia ma non in quella della pittura; il che dà un enorme vantaggio ai fotografi. Sfortunatamente, però, anche i fotografi credono nella realtà della fotografia". Un mondo che sembra giocarsi di noi mostrandosi per ciò che non è può a sua volta essere giocato dalla fotografia mostrandolo per come non appare ma come lo vede chi fotografa. Si badi: come lo vede in quel momento e come dopo potrebbe non vederlo più allo stesso modo. Vale anche per chi ha di fronte la fotografia: la vede secondo la sua sensibilità che potrà variare.
Si pensi alla più beffarda illusione della fotografia: quella cinematografica con tante immagini statiche che creano l' inganno del movimento.
Per concludere: valutiamo una fotografia per quello che ci dice senza che ci interessi come è stata realizzata e modificata. Lasciamo al fotografo la libertà di guardare e ritrarre a modo suo ciò che ci vuol mostrare, adoperando i mezzi che vuole come fanno tutti gli artisti. Lasciamo anche che l'osservatore valuti senza pregiudizi, per quanto possibile visto che sono ineliminabili. Ricordiamo che i concorsi sono solo un gioco. Il migliore è soltanto chi riesce a mettere d'accordo più pareri favorevoli. Senza che questo accordo abbia valore reale.
Tutto è finzione: la vita è sogno secondo Calderon e noi stessi siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni secondo Shakespeare.
          E la fotografia è l'alito congelato di attimi della nostra vita, cioè dei nostri sogni.

PS- Queste semplici considerazioni non sono che l' inizio di un discorso complesso che dovrebbe essere approfondito. Magari a piccole tappe.
25/01/2012


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